COLPA DEL BUS (BUCO)

COLPA DEL BUS (BUCO)
Solo una riflessione, perché nell’atletica si salta di tutto: ostacoli, asticelle… e qualche volta anche i problemi.
Domenica al Campo CONI di Trento, seconda giornata dei Campionati Regionali, è comparso un nuovo protagonista. Non era iscritto, non aveva pettorale, non risultava nelle starting list e soprattutto non aveva nessuna intenzione di saltare. Era il BUS. Tranquilli: nessun autobus. In italiano corrente si chiama BUCO, precisamente quello della pedana di Cles, che avrebbe reso necessario trasferire le gare a Trento. E così un buco che non saltava è riuscito a far saltare un intero programma.
Lungo maschile, lungo femminile, triplo maschile e triplo femminile: circa 60 atleti, sei tentativi ciascuno, potenzialmente 360 salti. Due pedane parallele, gare quasi contemporanee, rincorse in direzioni opposte, stacchi del triplo a 7 e 9 metri mentre dall’altra parte il lungo non era ancora terminato. Più che una zona salti sembrava un incrocio nell’ora di punta: mancavano soltanto i semafori, una rotonda e un vigile urbano con la paletta.
Per rendere la giornata ancora più avvincente, solo il lungo maschile disponeva di un tabellone dei risultati. Le altre misure venivano quindi trasmesse con una tecnologia antichissima ma ancora perfettamente funzionante: l’urlo umano. «UNDICI E OTTANTA!». Ottimo. Ma di chi? Dove? Lungo? Triplo? Maschi? Femmine? Pedana dei 7 o dei 9 metri? Dopo un po’ non serviva più un allenatore: servivano un interprete simultaneo e possibilmente un investigatore. La Torre di Babele, al confronto, disponeva di un ufficio informazioni impeccabile.
Nella bolgia mancava soltanto Noè, che avrebbe certamente rimesso ordine: «Triplisti a destra, lunghisti a sinistra, maschio e femmina a coppie e, per favore, due alla volta sull’Arca!».
A quel punto chiedo lumi a un veterano allenatore. Lui mi guarda e pronuncia la sentenza: «Colpa del bus». Penso subito a un pullman in ritardo. Finalmente una spiegazione normale. Macché. Il BUS era il buco della pedana di Cles. E qui la cronaca sportiva diventa improvvisamente un giallo.
Da quanto tempo esiste? Come è nato? Chi l’ha prodotto? Testimoni non pervenuti. Potrebbero essere stati gli alieni dei crop circles: forse, stanchi di fare cerchi nel grano, hanno scoperto l’atletica trentina e hanno deciso di specializzarsi nei buchi delle pedane. Per risolvere il caso potremmo convocare Poirot, Maigret e Sherlock Holmes. Ma temo che, dopo aver esaminato la pedana, interrogato i testimoni e consumato qualche caffè, anche loro consegnerebbero un rapporto di tre parole: «Colpa del BUS».
Ed eccoci alla nostra personale Divina Commedia. Il Paradiso spetta senza discussione ai giudici, capaci di sopravvivere a centinaia di salti, misure e rincorse senza perdere la pazienza, e agli organizzatori, che con bravura, disponibilità e spirito di collaborazione sono riusciti comunque a mandare avanti le gare. Il Purgatorio, naturalmente, è toccato agli atleti. Non hanno scavato il buco, non hanno deciso il trasferimento e fino a domenica probabilmente ignoravano perfino l’esistenza del BUS. Ma qualcuno doveva pur pagare il conto e, nello sport, l’atleta ha un grande vantaggio: è sempre lì.
Alla fine il BUS di Cles è riuscito a spostare una gara, creare una bolgia, confondere qualche misura, mettere alla prova giudici e organizzatori e spedire gli atleti direttamente in Purgatorio.
Una cosa, però, non è riuscito a fare: fermare l’atletica, questa grande famiglia un po’ folle e ricca di passione, fatta di atleti, giudici, tecnici e organizzatori che, quando serve, riescono perfino a fare miracoli.
Perché nell’atletica, alla fine, si salta tutto. Anche i problemi. Resta solo da vedere chi riuscirà a saltare… il BUS di Cles.
